Ciao a tutti!
È da un po’ che non vi scrivo, ormai.
Come state?
Spero che abbiate trascorso un sereno anno scolastico, per quanto possibile ovviamente, tra interrogazioni e verifiche!
Vi scrivo per raccontarvi del mio primo anno di liceo, cosicché, chi l’anno prossimo dovrà scegliere che scuola superiore frequentare, sappia più o meno a cosa va incontro.
Cominciamo dalle basi: io frequento il Liceo Classico Banfi, a Vimercate.
La classe di questo indirizzo che si forma ogni anno lì è una sola, sempre denominata con “ALC”. Perciò in principio le persone facenti parte di essa non sono un numero esiguo. Infatti, noi eravamo 28. Con tre Emma e tre Alice, e cinque, poveri, sventurati maschi.
L’inizio è stato molto positivo: conoscere tutti i professori è stato interessante, non perdersi nella scuola durante gli intervalli faticoso (talvolta qualche discreto rimprovero da parte dei miei prof per questo non ho potuto evitarlo), e incontrare e scoprire persone simili a me, ma con le loro personali caratteristiche, è stato stupendo.
Poi, tutto è cambiato…
No, dai, non voglio fare la pessimista, assolutamente, ma mentirei nel dirvi che non ho avuto dei dubbi durante i primi mesi di scuola.
Dopo poche settimane dall’inizio di quest’ultima, infatti, l’atmosfera era cambiata radicalmente: quasi ogni giorno qualcuno piangeva, aveva principi di attacchi di panico o non riusciva a spiccicare parola quando veniva interpellato.
Il nostro professore di greco e italiano, nonché nostro coordinatore di classe, incute molto timore in chi lo guarda, con il suo portamento impeccabile, lo sguardo attento e impenetrabile e la borsa contenente i libri scolastici. Immaginiamoci vederlo per otto ore a settimana, di cui due ore ogni giorno per quattro giorni.
Quando deve interrogare in una o nell’altra materia e quando dobbiamo correggere gli esercizi eseguiti a casa o in classe, prende dalla sua cartella un sacchettino nero di tessuto, chiuso da un nastro rosso.
Toglie il nastro, apre il sacchetto ed estrae i nostri numeri di registro.
Dopodichè, legge il numero a voce alta, il malcapitato alza timidamente la mano mormorando un flebile “io” e lo sguardo del prof ricade su di lui, che nella maggior parte dei casi sente un “forza” o un “vai” o ancora un “leggi” da parte del docente, se si tratta di una frase o di una versione,
Appena l’estratto termina la traduzione, se non è stato interrotto prima per aver sbagliato uno, due o più accenti greci, alza lo sguardo sul prof alla cattedra, e in base alle sue espressioni facciali capisce se può tirare un sospiro di sollievo oppure se deve cominciare a sudare freddo.
E’ un’esperienza terribile, quella di sbagliare davanti a tutti e dover affrontare lucidamente il prof, che comincia ad irritarsi, diventando rosso in faccia immediatamente.
Ve lo dico perché l’ho provato.
Quindi era questo il motivo dei pianti isterici avvenuti esclusivamente durante le sue lezioni.
Però gli vogliamo bene, davvero.
Ci insegna a imparare a controllare l’ansia, di sicuro, cosa che reputo fondamentale in qualsiasi ambito, non solo in quello scolastico.
A gennaio eravamo in 25, e gli episodi di picchi di stress, almeno in classe, erano diminuiti.
Nel mio caso, però, la mia condizione è peggiorata.
Se all’inizio avevo percepito solo sensazioni positive, con qualche nuvola grigia facilmente diradabile qua e là, non era più così.
Ho cominciato a dover stare a studiare fino alle undici di sera o a mezzanotte, per poi svegliarmi controvoglia alle cinque e mezza del mattino per ripassare una materia (la maggior parte delle volte latino) o finire un compito.
Non vi nascondo che ho passato settimane molto impegnative, e che per un po’ di tempo, tutte le sere dopo cena, quando vedevo la pila di compiti e argomenti da studiare che mi mancavano, piangevo come una fontana, cercando di riunire la voglia e la forza rimaste per eseguire quanto necessario.
E’ stato un anno difficile.
In quei momenti, che a volte erano fin troppo frequenti, ho pensato di cambiare scuola.
Non ho potuto fare a meno di immaginarmi come sarebbe stata la mia vita se avessi deciso di frequentare un altro indirizzo: sarei potuta uscire di casa, finalmente, dopo mesi, avrei potuto andare in libreria e passarci ore, come piace a me, trascorrere le serate a guardare film con i miei genitori, o ascoltare le mie canzoni preferite, o ancora leggere molti più libri che mi piacevano.
Un’unica domanda persisteva quotidianamente dentro di me, ed era disarmante, talmente semplice e banale da essere estremamente insidiosa e complessa: “perché lo faccio?”
Non sapevo mai come rispondere, non avevo le parole giuste, non riuscivo proprio a darmi pace, a comprendere il motivo del mio persistere nella prosecuzione di questo percorso, che stava diventando a tratti deleterio.
Parlavo con i miei amici che non frequentavano il classico e vedevo i loro occhi brillare di vitalità, di energia, di contentezza. Mi raccontavano di ciò che facevano nei pomeriggi oltre a studiare, e io mi rattristavo ancora di più per me.
Poi non so cosa sia accaduto.
All’improvviso, la domanda che costantemente mi ponevo nei momenti di crisi non c’era più. Anzi, c’era, ma stavolta avevo una risposta incontestabile e sincera, che sentivo provenire dal cuore.
“Perché mi piace”.
Come si può mettere in discussione una risposta del genere?
Se davvero ciò che faccio mi appassiona, perché qualcuno o qualcosa dovrebbe instillare in me dubbi profondi al riguardo?
Successivamente, la mia situazione è migliorata.
Magari non a livello oggettivo, infatti non ci davano meno compiti, il carico di studio non era minore, le ore di lavoro erano sempre le stesse, ma era cambiato il mio modo di pormi, la mia maniera di vedere il liceo classico.
Esso non mi sembrava più una prigione fatta di libri, sudore, lingue “morte”, lacrime, privazioni, saperi futili, era divenuto invece una splendida avventura, caratterizzata dalla sapienza di coloro che molti secoli prima di me, prima di noi, avevano ideato lingue meravigliose, ricche di storia, di significati, di eccezioni, di vita.
Mi crogiolavo stupefatta tra narrazioni di eroi invincibili che erano stati vinti e guerre per il potere che avevano portato solo sofferenze.
Mi commuovevo tra viaggi oltre i confini della Terra che avevano condotto gli uomini più saggi e integri alla follia e tra miti antichi come il mondo, della cui creazione narravano.
Mi innervosivo per via di divinità capricciose, che spesso si comportavano peggio degli uomini che volevano rovinare, e per tattiche militari finite male.
Mi meravigliavo, estasiata, per canti lunghi e tristi, che raccontavano storie di uomini e donne come noi, destinate ad essere narrate in eterno.
Perché, alla fine, è questo ciò che amo davvero.
Ci ho messo un po’ a capirlo, a rendermi conto di tutta la bellezza che mi circondava, a guardare anche ai miei prof con occhi diversi, ad apprezzare le lezioni di greco e di italiano, a vederle come una sfida che dovevo superare con coraggio e forza di volontà.
Non dico che non ci siano più stati pianti negli ultimi mesi, ma le mie convinzioni erano e sono cambiate.
Persino io l’ho fatto.
Non solo a livello interiore e puramente scolastico, ma anche a livello estetico.
Ora mi vesto davvero come mi piace, e mi sveglio un quarto d’ora prima la mattina per sperimentare nuove acconciature (non troppo complesse) e nuovi abbinamenti di vestiti, portando accessori come due collane sottili alla volta, tutti gesti impensabili per me, fino a un anno fa.
Mi sento più me stessa, sotto ogni aspetto.
Ho conosciuto davvero delle belle persone, che mi vogliono bene e che mi apprezzano per quello che sono, con tutti i miei difetti, le mie stranezze, le mie manie.
A volte non posso fare a meno di chiedermi se davvero io meriti tutti loro e ciò che ho precedentemente elencato e che questa scuola mi ha donato.
Quindi, non posso dirvi che il liceo classico sia una scelta priva di sacrifici, di ripensamenti (più che legittimi per ogni indirizzo, in realtà) o di ostacoli, perché traviserei i fatti, affermerei il falso, e non voglio farlo.
Però non posso esimermi dal sostenere che, se amate davvero tutto quello che questa scuola vi può dare e che vi darà, in un modo o nell’altro, sarà una delle migliori decisioni della vostra vita.
Per me è stato così.
Questo articolo non è un inno al liceo che frequento, non voglio convincervi a iscrivervi, ma un resoconto della mia esperienza lì finora, con le sue gioie e i suoi dolori.
Spero che il racconto del mio primo anno di liceo classico vi abbia intrattenuti e incuriositi, esattamente come le concioni dei magistrati o le esibizioni degli aedi tenute nelle ampie piazze delle città della Roma e della Grecia antiche, entrambe patrie di semidei, grandi eroi e semplici esseri umani.
