Buongiorno e benvenuti a tutti,
oggi siamo qui riuniti per celebrare l’80° anniversario della Liberazione. Ottant’anni fa, il 25 aprile del 1945, l’Italia ritrovava la sua voce, la sua dignità, la sua libertà. Una libertà conquistata con coraggio, dolore e sacrificio, come tra gli altri hanno dimostrato i nostri Martiri Vimercatesi. Una libertà che oggi celebriamo non solo come memoria, ma come responsabilità viva.
Ricordiamo i partigiani, le partigiane, i militari, i civili, le donne e gli uomini comuni che hanno scelto di resistere all’oppressione, al nazifascismo, all’ingiustizia. Non lo hanno fatto per gloria, ma per speranza. Non per vendetta, ma per un futuro migliore. A loro dobbiamo la nostra democrazia, la nostra Costituzione, la nostra Repubblica, la nostra libertà!
In questi ottant’anni, il mondo è cambiato, l’Italia è cambiata. Dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai primi anni duemila l’avanzata del modello occidentale di Stato, basato su democrazia, welfare e diritti, sembrava inesorabile, poi qualcosa ha cominciato a incrinarsi e oggi questo modello è sempre più in crisi. In questo momento di difficoltà, nuovi autoritarismi, in forme in parte diverse dal passato ma con le stesse stantie parole d’ordine, tornano a crescere nel mondo e anche nelle democrazie più consolidate, che sembrano faticare a trovare anticorpi adatti a queste nuove minacce.
Anche nelle nostre democrazie infatti, stanno prendendo sempre più piede e consensi modelli di leadership e parole d’ordine che riconducono tutto alla logica tribale del nemico e dell’odio, anche attraverso l’ostentazione della forza, la prevaricazione e la violenza.
L’uomo forte e la legge del più forte assunta a paradigma e misura di tutto. Dove per affermare il proprio ruolo e le proprie pretese tutto è concesso e necessario, anche umiliare e sottomettere l’altro che diventa nemico esiziale e minaccia alla propria stessa ragion d’essere. Una forma di estremismo che è antropologico prima ancora che politico.
Non c’è da stupirsi quindi se in questo contesto, che riguarda i rapporti tra nazioni tanto quanto quelli tra individui, la violenza e l’odio stiano trovando un nuovo protagonismo. Se di fronte all’ambizione, alla volontà di potenza, alle pretese camuffate da diritti, alla discriminazione, l’aggredito non cede pacificamente o accetta
un ruolo subalterno, allora è lui a volere la guerra, a costringere l’aggressore all’uso della violenza. E l’aggressione si camuffa da difesa dei propri confini: siano essi geografici, etnici, religiosi, di genere o morali.
E le democrazie, che hanno nella libertà e quindi nella tolleranza uno dei propri principi fondanti, rischiano di essere esposte e cadere vittima – come già successo negli anni 20 e 30 del secolo scorso – di vecchi e nuovi fascismi. E’ il celeberrimo paradosso della tolleranza, definito dal filosofo Karl Popper proprio nel 1945. L’intolleranza nei confronti degli intolleranti diventa quindi l’unico modo per preservare e proteggere una società libera e democratica. L’unico confine che merita di essere tracciato: quello tra gentilezza e aggressività, tra inclusione ed esclusione, tra solidarietà e individualismo, tra libertà e tirannia, tra democrazia e fascismo.
Vigilare su questo confine è compito che non può essere delegato, ma che richiede l’impegno e la fatica quotidiana di tutti noi. Perché la libertà non è mai definitiva: va custodita, nutrita, difesa ogni giorno.
La Liberazione non è solo un evento storico: è un impegno quotidiano contro ogni forma di odio, razzismo, autoritarismo. È una chiamata alla solidarietà, alla giustizia, alla pace.
Lo diceva benissimo già Aldo Moro più di cinquant’anni fa: “La democrazia non è qualcosa di fermo e stabile che si può considerare raggiunto una volta per tutte. Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo il risultato di una riflessione storica, ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa conservazione e reazione.”
Ed è proprio qui, nella definizione che io trovo illuminante di antifascismo come “indirizzo di vita e principio di comportamenti coerenti” che sta tutta la difficoltà.
Perché denunciare l’autoritarismo, il razzismo, le discriminazioni, i soprusi, la violenza degli altri è giustissimo; e riconoscere una ingiustizia è il primo fondamentale passo per porvi rimedio. Ma è anche, passatemi il termine, la parte più facile, perché riguarda gli altri e non noi stessi.
Se davvero il nostro antifascismo deve essere non solo una “nobilissima affermazione ideale” ma deve diventare “un indirizzo di vita e principio di comportamenti coerenti”
allora dobbiamo metterci in gioco in prima persona e non limitarci a enunciare i principi di libertà, tolleranza, rispetto, solidarietà, gentilezza, ma praticarli nel quotidiano a cominciare dal nostro linguaggio. Perché la pace non finisce di esistere quando qualcuno spara il primo colpo, quella è solo l’estrema conseguenza.
La pace inizia a venir meno già quando si comincia a delegittimare gli avversari e le istituzioni, quando si diffondono fake news, quando si attaccano le minoranze e si creano capri espiatori, quando si spaccano le comunità per mettere qualcuno contro qualcun altro, quando si diffonde odio verso determinate categorie di persone, che sia su base etnica, religiosa, politica o di genere.
E’ così che si minano le basi della convivenza civile e democratica e si crea conflitto. E allora noi dobbiamo impegnarci ad agire come degli “sminatori”. E’ un lavoro lungo, difficile e faticoso. Che parte dalla base e non dai vertici. Che coinvolge in primis noi stessi, le nostre relazioni, le nostre comunità. Partendo non dai massimi sistemi ma anche e soprattutto dalle piccole cose. Solo così le nostre comunità, e quindi poi per estensione le nostre democrazie, avranno gli anticorpi affinché i fascismi non possano più attecchire.
Praticare antifascismo come indirizzo di vita diventa quindi il modo per piantare quotidianamente tanti piccoli semi che fioriranno, siano essi papaveri rossi o rose bianche.
Viva la Liberazione
Viva la Repubblica
Viva l’Italia.
Grazie
